«Quella di Tosca è una storia di tanti anni fa, di un luogo lontano e capitale come Roma. Questa storia accade oggi in una periferia che è al centro della Terra. Un luogo che è terreno bagnato e bruciato, letto di fiume, ventre malato e medicamentoso. Il tempo in cui è ambientata l’azione è il sempre e passato, presente e futuro sono tutti presenti e persino coesistono in una postura, in un gesto, in una ruga sul viso….».
Così Edoardo De Angelis presenta la sua messa in scena di «Tosca», datata 2020, e che è riproposta al Teatro di San Carlo dal 10 settembre e oggi l’immagine non può non rimandare anche a devastazioni delle guerre.
Quale e quanto grande sia la cifra pucciniana di un direttore d’orchestra è argomento, per carità non privo di interesse, ma i cui responsi assumono valenza principalmente nel confronto con la memoria dei melomani, piuttosto che con una ricezione sincrona e contemporanea da parte di un pubblico meno âgé.
Il Puccini di oggi è paradossalmente più autentico di quello che molti direttori italiani potessero proporre nella prima metà del Novecento quando conflitti mondiali e nazionalismi limitavano l’accesso a quei linguaggi francesi e tedeschi, cui il compositore cosmopolita invece poteva ispirarsi, facendoli propri.
Ettinger sembra rivelarci proprio il Puccini che guarda a Debussy e a Mahler, per nulla anticipatore di quel verismo da cui, negli anni che sarebbero seguiti, il lucchese avrebbe manifestato, forse aristocraticamente, volontà di distinguersi.
Il maestro concertatore è stato assecondato e incoraggiato nelle sue scelte da una coppia protagonista dalle ascendenze belcantistiche, costituita da Sondra Radvanovsky e Francesco Meli, voci ormai solide e mature, persino troppo, ma non dimentiche di quell’arsenale di legati e filati del repertorio primo ottocentesco.
Quanto allo Scarpia di Luca Salsi, va detto che il carattere di dominatore dello straordinario baritono emiliano ha fatto emergere un uomo che usa la virilità esuberante come arma di seduzione e la violenza come strumento di coercizione, senza “oroscopi di fiori”.
Determinanti sono le suggestive e a tratti inquietanti scene, ovvero installazioni di Mimmo Paladino, con rettili imbalsamati e strumenti alchimistici in una location che cita il litorale Domizio.
«In Tosca, rispetto ad altre opere liriche c’è qualcosa in più che affascina, che mi ha colpito: una sorta di inganno continuo, nulla è come sembra. Tutto è altro – afferma lo scenografo – Chi sa tutto è Puccini, voglio dire la sua musica che fa da testimone e commenta, grida di dolore. La musica dice tutto».
Le installazioni senza tempo di Mimmo Paladino permettono al regista Edoardo De Angelis di mostrarci una Tosca di sentimenti, quelli che le periferie della vita conducono ad estremi in assenza di orpelli, di ipocrisie di distrazioni, del bon ton da quartieri ricchi.
«Tosca» nacque con una carica anticlericale in un’Italia unita da soli trent’anni, con una scelta non priva di coraggio per un debutto a Roma.
Nel progetto registico di De Angelis, la Croce che emerge tra rovine, siano frutto di demolizioni che di eventi naturali, è assunta a simbolo di ciò che sa resistere e risorgere, ma rifugge ogni religiosità passiva e fatalista e ancor più una richiesta di intervento divino a protezione di malavitosi, persino nelle citazioni delle processioni penitenziali dei “vattienti”.
Privato dell’ambientazione sacra di Sant’Andrea della Valle, il Coro, egregiamente diretto da Fabrizio Cassi, ha saputo creare un suggestivo effetto scenico e sonoro in una collocazione irrituale. Preciso il Coro di Voci Bianche diretto da Stefania Rinaldi e intonato ed espressivo il Pastorello scelto dalla compagine, Aldo Gaeta.
I Costumi, coerenti sono di Massimo Cantini Parrini, le Luci di Cesare Accetta e i video di Alessandro Papa si integrano, scolpiscono e contrappuntano l’impianto scenico non meno di quanto esaltino l’azione.
Conflitti sociali, malaffare, degrado ambientale e morale sono denunce, più ancora che tematiche sbalzate dal regista, che però è attento a non distogliere l’attenzione dalla centralità della donna.
Degrado morale e scempio ambientale ben si coniugano con la mercificazione del corpo femminile da possedere e stuprare al pari di un territorio avvelenato e cementificato.
Floria Tosca, a prezzo della propria vita, consegue un riscatto sul Potere nelle sue declinazioni capitalistiche, malavitose e di violenza di genere.
Tosca è un’icona femminile, talvolta difficilmente riducibile a una sola dimensione e De Angelis, scherzosamente conclude: «Floria Tosca non è una psicologia completamente classificabile. Sono cresciuto con tre donne e mi è congeniale raccontare il femminile, che non vuol dire, naturalmente, che io lo comprenda del tutto…. Ma T...