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Nel cuore del Piemonte, la storia dei cacciatori di capelli raccontata in un museo

2026-01-13 108 Dailymotion

Nel cuore della Valle Maira, in Piemonte, sorge Elva, un minuscolo paese che custodisce una storia incredibile: quella dei cacciatori di capelli. Biondi, neri, castani: i capelli a fine Ottocento, nel bel mezzo delle valli piemontesi, diventarono una preziosa moneta di scambio. Gli uomini e le donne di Elva si inventarono un mestiere unico nel suo genere dando vita ai raccoglitori di capelli, detti caviè (in piemontese) o pelassier (in occitano). Questi cacciatori erano tutti uomini, partivano da Elva all’inizio dell’autunno e percorrevano la Lombardia, il Veneto e il Friuli (zone più povere) in cerca di donne e ragazze disposte a farsi tagliare la chioma in cambio di qualche soldo. Oggi, la loro storia è preservata dal Museo dei Pels di Elva.
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Dal taglio alla parrucca: l’arte dei pelassier
«Di solito convincevano le donne che incontravano a barattare i loro capelli con uno scampolo o un grembiule, oppure a venderli»,» spiega Sescia Mantelli, presidente dell’Associazione culturale Ilamoun a Montagna Tv. «Una bella chioma era emblema di femminilità e le donne non si separavano volentieri delle loro trecce. Era la povertà a spingerle». Una volta tornati a Elva, i capelli venivano lavorati nei laboratori familiari. Ogni ciocca veniva pettinata, selezionata e divisa in base a lunghezza, finezza e colore, pronta per diventare una parrucca di pregio. Le trecce finite venivano poi spedite ai grossisti, che le trasformavano in parrucche di lusso, indossate da lord, dame e artisti in tutta Europa. Ogni ciocca aveva così una seconda vita, diventando simbolo di eleganza e status.
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Il ruolo delle donne di Elva
I capelli raccolti dai mariti venivano spediti al paese. Qui le donne li lavavano, li pettinavano e li separavano con cura, dividendoli per colore e lunghezza, prima di prepararli per l’invio ai laboratori in Italia e all’estero. Nulla andava sprecato. Anche i residui più piccoli, i cosiddetti pels del penche – i capelli rimasti impigliati nei pettini e nelle spazzole – venivano recuperati, arrotolati intorno alle dita in piccoli bozzoli e lavorati con grande attenzione. Mantelli racconta che si trattava di un lavoro faticoso e delicato. I lavaggi avvenivano in vasche di legno rivestite di metallo, con acqua calda, sapone di Marsiglia e soda. Le donne dovevano essere rapide e precise, perché la soda irrigidiva i capelli rendendoli taglienti. A volte venivano anche tinti, seguendo le richieste del mercato e le mode del momento.
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Museo dei Pels: una tradizione che ha attraversato i secoli
Il commercio dei capelli in Valle Maira proseguì fino alla fine degli anni Settanta e ha ispirato anche opere letterarie, come il romanzo L’inventario delle nuvole di Franco Faggiani. I più preziosi? «I capelli bianchi, difficili da trovare totalmente candidi. A lume di candela, li appoggiavano sulla carta del burro per creare contrasto e dividere al meglio bianchi, neri e grigi»», rivela sempre Mantelli. Oggi, il Museo dei Pels conserva questa storia di fatica, ingegno e creatività. Le sei sale del museo raccontano le sfide e le conquiste degli uomini e delle donne di Elva, mostrando come fosse possibile inventarsi un mestiere così unico in alta montagna.