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«Falstaff» al San Carlo, apologia della burla

2026-02-16 1,902 Dailymotion

Probabilmente l’unica opera all’uscita di una recita della quale, sentirsi gabbati costituisce espressione di qualità dell’interpretazione è «Falstaff» di Giuseppe Verdi su eccellente libretto di Arrigo Boito da Shakespeare.
Al defluire, tra il pubblico, visibilmente soddisfatto dopo la recita del 15 febbraio al Teatro di San Carlo del capolavoro verdiano, consapevolmente o meno, molti si sono sentiti appartenenti a quella umanità che in qualche circostanza sia stata vittima di una burla, o meglio, di un’ingiustizia. Con un nitidissimo e comunicativo Marco Armiliato sul podio, la messa in scena di Laurent Pelly ripresa da Benoît de Leersnyder ha avuto sul palco un cast di eccellenza, di quelli cui ci ha abituati Ilias Tzempetonidis, con, su tutti, Luca Salsi nel ruolo del titolo e Maria Agresta in quello seduttivo e furbo di Alice Ford.
Agresta dell’opera, senza forzature, ha messo in rilievo i tratti di emancipazione e rivalsa delle donne, ben presenti nel disegno registico con le
scene di Barbara de Limburg e le luci di Joël Adam in cui l’Osteria della Giarrettiera diventa un pub con pinte di birra e chissà cosa altro.
Pelly pur precisando di non avere operato una mera trasposizione, afferma che i personaggi possono essere visti come contemporanei e sottolinea come i contrasti e le burle rivelino «un confronto tra i sostenitori di un certo perbenismo, incarnato dalle quattro comari e da Ford - e Falstaff. La vita regolata, senza sorpresa né ambizione, dei borghesi è animata dalla presenza dell’eroe, che li fa uscire dalla noia». La fortunata produzione è a più mani: Teatro Real Madrid in coproduzione con La Monnaie/De Munt, Opéra National de Bordeaux e Tokyo Nikikai Opera Foundation.
Salsi ha saputo trasferire al pubblico tanto la cifra nostalgica dell’ex paggio del Duca di Norfolk, quanto i pizzicori, ultimi, di un attempato e pletorico omaccione che è parso un sapido mix tra un Don Bartolo di Beaumarchais e il dissoluto punito di Tirso da Molina.
Sir John è, secondo Pelly, vagabondo e poeta, sicuramente un piccolo borghese in via di pauperizzazione che non sa e non vuole essere proletario.
Applausi. Strizzando l’occhio a certa filmografia di Ken Loach, Pelly ha mostrato una Londra anni ’70 del secolo scorso, dei pub frequentati da proletariato fiducioso nell’attuazione delle promesse di un recente Sessantotto, popolati di emarginati avventurieri e da una piccola borghesia, quella di Sir John Falstaff, preoccupata di conservare qualche esile privilegio e di accumulare qualche residuo vantaggio, di cui le seduzioni delle consorti di uomini di affare sono solo una metafora ben adatta a costruire il meccanismo drammaturgico buffo.
Gesto direttoriale e comunicativa hanno consentito ad Armiliato di motivare e concentrare l’Orchestra meglio e più che nel recente passato. Ottimismo benvenuto e perdoniamo qualche squilibrio soprattutto a inizio del terzo atto.
Da tempo nella fase delle positive conferme anche quando poco impegnato dalla partitura, il Coro diretto da Fabrizio Cassi.
Con la voluta e necessaria estraneità dal contesto burlesco, assicurata dalla tenerezza sentimentale, Francesco Demuro e Désirée Giove in Fenton e Nannetta. Deliziosa prova del soprano vanto dell’Accademia del San Carlo, mentre la «bocca baciata» se «non perde ventura», fa un po’ smarrire la posizione al pur bravo Demuro.
Metafora di un ceto medio inaridito Ford è stato ben reso da Ernesto Petti, ivi compresi le gelosie e i desideri di rivalsa, inviluppato in una dimora escheriana.
La regia lo pone, con acuta trovata, in un gruppo di suoi cloni in un grigio anonimato.

Bene inseriti anche scenicamente Enrico Casari e Piotr Micinski sono stati rispettivamente Bardolfo e Pistola.
Una citazione di merito spetta ad Anita Rachvelishvili, al debutto nel ruolo comico di Quickly. Verve scenica e nitidezza vocale: «Reverenza!».
Belle doti attoriali oltre che canore sono emerse in Caterina Piva nel ruolo di Meg Page, e in Gregory Bonfatti in Dott. Cajus.
A oltre mezzo secolo di distanza dagli anni in cui Pelly finge la vicenda, il fugato finale a canone oscilla tra il consolatorio mezzo gaudio da comune destino e la delusione, colpevole per i più âgée, di non avere colto opportunità che l’attuale quadro mondiale fa ritenere definitivamente tramontate: tutti gabbati. Quanto mai efficaci le parole di Armiliato:
«Dopo gli anni ’70, in cui è trasposta la vicenda, anni dell’emancipazione sessuale, dei diritti civili, delle manifestazioni pacifiste e dei diritti al lavoro, sì, quel “tutti gabbati” che Boito e Verdi ci offrono, acquista un sapore di premonizione. Ma da una serata a teatro occorre uscire comunque sorridenti, magari con qualche riflessione in più».
I “gabbati” spettatori soddisfatti applaudono entusia...